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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Dialogo tra un curioso ed un forestiero
MessaggioInviato: gio 09 gen 2020, 11:03 
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Iscritto il: gio 12 ago 2010, 20:04
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Località: ASTI
In una località italica
Curioso: - Buongiorno messere, posso chiederle come mai è presente gente in gran numero in codesto albergo? Forse vi si svolge una qualche importante manifestazione? E quale di grazia?
Forestiero: -è in corso una competizione di tavola reale alla quale partecipano genti provenienti da tutta l’Italia ed anche stranieri provenienti dalla Franza, dall’ Allemagna, dalla Pannonia, dall’ Anglia ed altre nazioni.
Curioso: - allora è cosa importante ! e cosa guida così tanta gente ad essere presente?
Forestiero: - la passione messere, soprattutto la passione. Ma segni nefasti incombono.
Curioso: - quali?
Forestiero: - disposizioni delle supreme autorità, aria di fronda di alcuni confratelli, nervosismi oltre alle normali difficoltà di gestione di tutte queste importanti manifestazioni che sono ben 7 all’anno.
Curioso: - capisco le disposizioni dell’autorità superiore alle quali a noi popolino minuto non resta che adeguarci cercando la maniera meno dolorosa per farlo, ma capisco meno i nervosismi e l’aria di fronda. Se queste sono manifestazioni che richiamano genti da tutta Italia e dall’estero, come è possibile che siano organizzate in modi che scontentano i più?
Forestiero: - eppure c’è sempre qualcuno che per ragioni varie si sente in dovere di mettere i bastoni tra le ruote, di questionare in maniera insistente e spesso poco informata, su tutti i vari aspetti dell’attività di coloro che si occupano di dirigere ed organizzare le competizioni.
Curioso: - ma coloro che dirigono trarranno notevoli benefici dal loro operato e questa forse è la vera ragione delle opposizioni.
Forestiero: - non è così, Certo un compenso è previsto per chi svolge il lavoro più duro ma è di molto inferiore all’impegno profuso ed altri si impegnano senza avere alcuna ricompensa.
Curioso: - Allora perché? Non capisco, se vi sono persone che si impegnano perché ostacolarli invece che aiutarli proponendo miglioramenti, mettendosi a disposizione della Confraternita con i propri talenti per renderla sempre più grande, importante e utile? Così rischiano di far cessare ogni attività.
Forestiero: - perché esistono sempre i seguaci di tal Tafazzi di cui i comici fecero berlina anni orsono. E con questo vi saluto gentil messere.
Il forestiero si avviò e quindi uscì a riveder le stelle.

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Nenbun si nasce, e modestamente io lo nacqui

Chi vince festeggia, chi perde spiega (Stepic)


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 Oggetto del messaggio: Re: Dialogo tra un curioso ed un forestiero
MessaggioInviato: gio 09 gen 2020, 18:31 
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Iscritto il: gio 29 lug 2010, 14:05
Messaggi: 944
Ciao. Stavo giusto impegnandomi su di un romanzo quando mi sei capitato sottomano durante una pausa. Tutto sommato il tuo lo definirei un buon racconto. Ingegnato bene, ben scritto, di cui hai sbagliato solo la contestualizzazione, perché trattandosi di fantascienza avresti dovuto inquadrarlo in uno scenario futuro,
Oppure, se ti piace lo stile pamphlet, per me manca di mordente.
Io, ad esempio, su due piedi il tuo dialogo immaginario e fantascientifico l’avrei scritto così. S'intende che ogni riferimento a cose, persone e fatti è puramente casuale.

La premessa: Nel primo medioevo, in tempi di grandi contaminazioni linguistiche tra latino e volgare, due uomini s’incontrano in un albergo, da qualche parte in terra italica. Un bruttarello stanco da un lungo viaggio, vuole dormire ma sente in lontananza un rumore di dadi. E allora il curiosone confabula con un forestiero dai grandi occhi verdi che passava per caso da quelle parti.

Curiosone: «Buondì messere, m’è consentito domandar per qual glorioso atto cotanta plebe riempie l’ostello? Che sia gratie a singolar tenzone? Orforse d’alea è lo rumor ch’odono li orecchie mee??»
Forestiero: «Servo vostro, e bona nocte da parte d’un forestier miserello. Dices illi quam non sol plebe, sed patrizi et cavalier gaudenti son giunti da ogni dove per lo spettaculo. Vengon da la Franza, da la Alamagna, da la Pannonia, da la Pannolonia e forse anche dal la Anglia», disse il forestiero strizzando uno dei due grandi occhi verdi. «Ma lo trascorso anno sarebbe dovuto capitar signoria vostra! Sic duo volte tante lo numero potuiste videre. Sette volte veniron illi. E sette volte, dico sette, romperon li globi quand’anche una sola tenzone basterebbe.»
Curiosone: «Perché sol una?»
Forestiero: «Tabula disputanda est. Hoc ludo quam tanta speme di vittoria gonfia li cuor de’ tenzonieri. Un ludo, signoria consenta, quam d’alea e fortuna s'alimenta. Fortuna melius quam virtute creditur, messere. Di ciò si narra infra li contendenti.»
Curiosone: «Cognosco cotal ludo prodigioso. Allor cosa li move a occupar l’ostello?»
Forestiero: «Majoritate aborra lo ludo chiamato latruncolorum, santità vostra. Plurimi delusi da studio magno quam necessitat ad ecceller in lo siffatto ludo, fiutan l’olezzo de pecunia quam cum men sudor si vince. Si mi consente», disse l'uomo accostatosi di soppiatto all’orecchio del curioso, «odo narrar de' loco lontano, al confin de' porte d’Ercole, quod ludo prospera in abundantia, chiamato Poker. Ma lo nomine sol faciste orrore», sghignazzò. «Videre poteste un sol vir latino a singolar tenzone de' tal siffatto malo nomine?»
Curiosone: «Quod dixit, messere. Pecunia? Non move lorsignori la passion ch’arde in lo core?»
Forestiero: «Passion vera fusse si habeamus partecipatio cum premio dello quinto infèrior. Autem, minor lo premio, minori li tenzionieri, eccellenza. Si li governatori cussì agissero, li contendenti tutti andran perduti A buon intenditor…»
Curiosone: «Vil denaro insomma.»
Forestiero: «Shhhh», sibilò il forestiero. «Voleo dir, fate pian con le parole, quam voce vostra non s’oda altrove. Ahimé, nefasti presagi incombon sulli tenzonieri.»
Curiosone: «Orsù, presto raccontate vi scongiuro.»
Forestiero: «Una ’plumbea aura di fronda», sussurrò il forestiero. «Li confratelli governatori timono mutatio et summi guai in vista. Tredici lunghi anni trascorsero orsono dal novem-virato, et taluni, odito de le stanche membra de la suprema mente et dello iuramento suo di posar la guida, braman uno candidato novo. Più giovine, pro ducere machina cum novitate et cum pusilli costi et spese. Provar si puote, dicono. E tentar non nocet.»
Curiosone: «Nessun intendimento mutar puote sine recar lo danno alcuno.»
Forestiero: «Oh quant’è vero, signoria. Repente si mormora, appena odito de’ candidato novo, taluni in brache pisciantibur.»
Curiosone: «Eh?»
Forestiero: «Lassate che sia, vostra puerilità, neo logo est. Lo vacante ruolo quam trenta die orsono esitava, et dico or-so-no, oggi non più vacilla. Lo fermo intento non più si move.»
Curiosone: «E perché?»
Forestiero: «Chi dirlo puote, sua preminenza.»
Curiosone: «Che forse si tema li pusilli costi?»
Forestiero: «Dices illi quam lo candidato novo gratis facirebbe. Se farlo puote, certe est pro ingannevole intendimento. Perché lo professor magnificent cum fiocchi, de' salarium abbisogna, cotal previsto in lex de' labor duro. Ma odite, signoria, lo compenso ben inferior quam ingegno profuso est. Eh sì, dura lex, sed lex. Jattura maxima si taluno piomba in loco a far progetti sine pecunia.»
Curiosone: «Autem, si cussì fusse, per li tenzonieri summa gaudia benedictionem esset. No? Qui agit sine pecunia alli codesti tempi?»
Forestiero: «Per l’appunto. Secondo ista fronda qualcun esiste.»
Curiosone: «E messere a chi crede?»
Forestiero: «A chi creder non so, evanescenza vostra. Dopo tredici anni a talun burloni le dita prudon pro votàr li candidati novi et non menestra solita. La menestra quam prima appariva rancidita, a la sol mentione de' novitate, renascitura est. Quod miraculum prodigioso! Un po’ de spezie qua, un po’ d’erbe là, et ludi facti sunt: la menestra, temprata dalle avversità, hodie repulita est.»
Curiosone: «Eppur sento un MA ch'arriva.»
Forestiero: «Vostro preziosismo, al cospetto suo lo frate indovino sarebbe un babbuino», replicò con un ghigno l’uomo dai grandi occhi. «Ma…ma…ma il fatto, bono o malo dir non puoto, est quod chissivoglia de' populino ponga il volgar cul de traverso ad magnifica autoritate, illo vien di mens insana reputato. Perché hic omnia habemus in formidabile periculo.»
Curiosone: «De che pericolo disputate, messere?»
Forestiero: «Clausura ludorum, magna sciagura est. Panem et circenses semper vinceat, docuisset lo Giovenale nostro. In primis l’ostello perde. In secundis li Governatori perdono. In terzis li tenzonieri goldonassi i se ciàva. Oppsss...Chiedo venia, vostra flatulenza, ancor un neo logo - odito per caso in la terra de' Veneti - sfuggitte da la bocca mea. Ut dixi, in ultimis nemo vince. Tum a schernir la fronda perseveran certuni in dubbio. Basterà far creder che lorsignori osano mettèr bastoni infra le rote, o questionar in ossessivo e spergiuro malo modo al centro della controversia. Timeo quam plurimi seguaci existant, perché semper existant li seguaci di tal Tafazzi, di cui i comici si faran berlina in futuri anni. Cotal la confidentia mea. Or vi saluto, sua escrescenza. E quatto quatto mi dileguo.»
Curiosone: «Aspettate, amico meo. Timeo che la sola res magna rimasta in la vostra testa son li occhi. Nello mezzo vacuum omnia est. Orsù confessate, siete un viandante foresto o parte occulta di cotal poter funesto?»
Forestiero: «No, no, lo giuro e che morir io possa qui, vostra nullità. Forestier errante son soltanto.»
(Maledicta boccaccia mea! Ego scoperto sum.)
Curiosone: «E allor, messere forestier, non ho afferrato quod est lo pensier vostro.»
Forestiero: «Se fussi la somma guida, tramerei per dir che res bona est potentia tener stretta et intatta meco. Perché mea est. Ego factorem sum. Non certe amo posarla in mani altrui cussì aggratis, sine pecunia. Invicem quod est l'opinio vostra?»
Curiosone: «Cosa sia recto ego non so. Laudo quod dicis, messere, non certe ad cazzum est oratio vostra. D’altro canto, se la fronda avisse li favor mei, io cambiamento tenterei. L’iniustizia ex fronda una sola est: lo farla passar demente. Cui prodest l'insana fronda? A li soli confratelli governatori prodest. Sed tu, non io, tu narrasti de' lorsignori stanchi de' seminar perle ai porci et parati ad abdicatio. Sic qual timor suscita la reunione, con duo, ut decem, ut mille candidati a far tenzon de’ lor progetti? Che poi votar habet expressione non est semper malum. Ma or son io a salutarvi. Lo rumor d'alea mi dà la noia.»
Il viandante curioso e bruttarello pagò comunque la camera prenotata e si allontanò.
Poco oltre c’era un terreno. Livi piantò la sua tenda, ma dormì all’addiaccio soffermandosi a contar le stelle. Una per una.

È stato divertente. Ciao e buona serata :wink:

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“Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.”
G.O.


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